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sabato 12 giugno 2010

Jabulani e l'evoluzione del calcio: non date retta ai calciatori.

Il primo accorgimento da adottare se si vuole, per quanto è possibile, spiegare scientificamente l'evoluzione del gioco del calcio è non dare troppo retta ai giocatori. Non ci sono sportivi al mondo più conservatori dei calciatori. E forse non ci sono appassionati di sport più conservatori dei tifosi di calcio.
Le regole sono immutabili, al contrario di quanto accade in altre discipline. Pensate alle rivoluzioni provocate dal tie-break nel tennis, piuttosto che dal tiro da 3 punti nel basket o dalle moviole in campo introdotte negli sport professionistici Usa e nel rugby. Ma non è solo una questione di regole, spesso disturba anche la semplice evoluzione tecnologica degli strumenti di lavoro.
Scarpe a parte (perché gli sponsor pagano subito), i calciatori si lamentano di qualsiasi novità. Ultimo il pallone dei Mondiali, l'ormai famoso Jabulani (vuol dire festeggiare, nella lingua degli indigeni Zulu). Tutti i portieri hanno protestato: "Fa schifo", il giudizio più benevolo dei vari Julio Cesar, Buffon e Casillas.
"E' come un pallone da spiaggia, ingestibile, le traiettorie sono incontrollabili, è troppo leggero". Troppo leggero? Come, troppo leggero? Il peso del pallone è stabilito dal regolamento, può andare dai 420 ai 450 grammi, non si sgarra. EJabulani pesa 445 grammi, quasi il massimo consentito.
La verità è che l'evoluzione del pallone ha una storia che naturalmente s'intreccia con gli sviluppi di matematica, fisica e ingegneria. Per grandi linee, Nicola Ludwig, ricercatore di fisica dell'Università di Milano, la riassume così: agli inizi era fatto di fasce di cuoio cucite fra di loro; poi, più o meno dal 1970, si cucirono insieme 12 pentagoni neri e 20 esagoni bianchi. In entrambe queste fasi storiche si trattava di realizzare una struttura sferica partendo da oggetti piani da cucire fra di loro: ovvio che la sfera non potesse essere perfetta.
Negli ultimi anni sono stati realizzati passi da gigante: si sono cominciate a utilizzare superfici curve termosaldate, quindi senza cuciture. Questo ha reso i palloni più rapidi, ma paradossalmente troppo sfericamente perfetti e quindi più esposti alle forze devianti. E' quello che accadeva con Teamgeist, usato ai Mondiali di Germania: traiettorie zigzaganti ma perdita di velocità in moto.
Jabulani, con l'aggiunta di minuscole asperità artificiali, tenta di ovviare a questo inconveniente, rendendo le traiettorie più veloci, ma meno imprevedibili. Il contrario di quello che denunciano i portieri. Il problema semmai è che i ricercatori che hanno messo a punto Jabulani pare abbiano sottovalutato gli effetti dell'altitudine (e comunque i portieri sopra citati si erano lamentati ben prima di arrivare in Sudafrica).

Un cervello in corpo d'avatar È questa l'immortalità digitale.

SE UN TEMPO la conoscenza degli antenati avveniva tramite ritratti a mezzo busto o polverose foto in bianco e nero, oggi c'è chi sta lavorando per rendere questo rapporto il più diretto possibile. Dal Giappone agli Stati Uniti, il sogno dell'immortalità  -  quantomeno digitale  -  non sembra più così irrealizzabile. Si moltiplicano infatti i progetti per la costruzione di gemelli digitalizzati in grado di trasmettere gli insegnamenti di una vita ai figli dei nipoti dei propri nipoti. L'idea è quella di creare degli avatar - per ora solo computerizzati, in futuro chissà  -  in cui fare un back up della propria memoria, così da affidargli il compito di prolungare il sé anche dopo la morte.

Passate al setaccio dalla rivista 
New Scientist, in rete ci sono già diverse compagnie che offrono questo tipo di servizio, noto come "creazione del mind file". Usufruirne è semplice: basta avere un po' di tempo libero, una buona dose di pazienza e la voglia di trasformare in byte i momenti salienti della nostra vita. Il risultato, non sempre garantito, è un alter ego che, pur vivendo nel computer, impara a parlare, muoversi e comportarsi come noi. Non mancano però le aziende che si spingono oltre, prefigurando scenari in cui mind file e bio file si potranno riunire per generare qualcosa di molto simile a un clone biologico.
Il back up della memoria. La creazione (gratuita) del mind file è pratica corrente su siti come Lifenaut CyBeRev 2. Si tratta di compagnie americane la cui "mission" è esplorare le possibilità di immagazzinamento della vita in rappresentazioni computerizzate realistiche, vale a dire avatar. Lifenaut, ad esempio, consente di caricare in un archivio digitale foto, video e documenti personali che verranno conservati per generazioni. Partendo da una foto preferibilmente inespressiva, il software la anima in modo da farla parlare, ammiccare e sbattere le ciglia. Agli utenti spetta il compito di raccontarsi attraverso test psicologici, autodescrizioni e resoconti vari, il tutto "taggando" a mo' di Facebook luoghi, date e persone.

"In questa maniera  -  spiegano i responsabili   -  si aiuta l'avatar a organizzare i suoi/nostri ricordi". E' previsto anche l'inserimento di pezzi di corrispondenza, pagine di diario e contributi di amici e parenti, per far sì che l'alter ego digitale non sia soltanto il riflesso di ciò che si sarebbe voluto essere. CyBeRev, invece, sottopone i suoi clienti a migliaia di domande ispirate all'opera del sociologo americano  William Sims Bainbridge. Lo scopo è catturare speranze, valori e attitudini chiedendo alle persone di immaginare il mondo tra cent'anni. "Si tratta di un processo lungo e laborioso", mette in guardia Lori Rhodes, fondatrice di CyBeRev. "Dedicandovi un'ora al giorno tutti i giorni, ci vogliono cinque anni per completare tutte le domande. Sapendo che più si va a fondo nelle risposte, più il mind file sarà una copia fedele della nostra mente".
"Mind file" in presa diretta. Sulla scia di LifeLogger (sistema multimediale di blog e social networking creato da Orientations Network S. B. nel 2004) alcuni programmi si propongono di catturare in presa diretta il fluire di esperienze e ricordi. Un esempio è MyLifeBits 3, il progetto con cui Gordon Bell, ricercatore Microsoft, sta cercando di fermare nel tempo tutto ciò che lo riguarda, dalle telefonate di lavoro alle immagini riprese da una videocamera-ombra che lo accompagna nella sua giornata. Un team della University of Southampton (Regno Unito) si sta ingegnando per raffinare ancora di più questo principio, facendo corrispondere alle istantanee informazioni ricavate dal proprio diario, dai social network e dalle coordinate GPS in il soggetto si è mosso. In prospettiva, i ricercatori vorrebbero riuscire a integrare questi dati con misure fisiologiche, come ad esempio il ritmo del battito cardiaco, così da associare le emozioni ai fatti.
Lavorando sulle facce. Uno degli ostacoli più grandi per arrivare ad avatar "credibili" è la questione dei volti. Come fare a creare un modello in grado di rendere anche solo l'idea delle infinite sfaccettature che compongono un sorriso? A complicare la faccenda è il fenomeno noto come "uncanny valley" (letteralmente "valle perturbante"), termine utilizzato dal pioniere giapponese della robotica Masahiro Mori per descrivere le sensazioni di repulsione e inquietudine che si generano nella mente al cospetto di automi molto simili, ma non del tutto uguali, agli esseri umani.

Come ricorda 
New Scientist, in questo settore i risultati più alti li ha conseguiti la Image Metrics 4, compagnia californiana specializzata nella realizzazione di volti digitali per film e videogiochi. Partendo da una serie di fotografie ad alta definizione del viso di una persona (ognuna caratterizzata da sfumature emotive diverse), gli ingegneri sono riusciti a estrapolare le differenze numeriche tra un'espressione e l'altra, per poi riprodurle in formato digitale. Lo hanno fatto, ad esempio, con l'avatar dell'attrice americana Emily O'Brien (video). Nel 2008 il suo alter ego digitale è stato presentato al meeting di Los Angeles dell'ACM Siggraph, guadagnando il plauso degli appassionati di animazione e non solo.
Vita in società. Per quanto riguarda le iterazioni sociali, lo studio pilota è Project Lifelike 5, frutto della collaborazione tra University of Central Florida (Orlando) e University of Illinois (Chicago). Dal 2007 un gruppo di ricercatori sta lavorando per costruire un avatar realistico di Alexander Schwarzkopf, ex direttore della US National Science Foundation. Dai dati raccolti è emerso che ciò a cui gli esseri umani prestano più attenzione nel valutare la credibilità di un avatar non sono tanto i dettagli fisici, quanto piuttosto i movimenti idiosincratici che rendono unica ogni persona. Ecco allora che le priorità diventano i piccoli gesti, l'inarcarsi delle sopracciglia, il pendere della testa da un lato in segno di empatia, l'impercettibile flettersi dei muscoli agli angoli del naso.
Un buon avatar, com'è ovvio, deve anche saper parlare con cognizione di causa: di questo si occupano i software di chatbot, programmi in grado di simulare conversazioni basiche tra esseri umani analizzando il contesto. Lifenaut, ad esempio, utilizza Jabberwacky, un tipo di chatbot particolarmente evoluto che adatta il programma al singolo utente. Nato dallo studio di conversazioni tra milioni di persone dal 1997 ad oggi, il software ha vinto due volte il premio Loebner grazie al realismo dei suoi dialoghi.
L'avatar biologico. Il salto da un io digitale che ricorda, parla e racconta a un avatar fisico in carne e ossa appartiene ancora alla fantascienza, ma c'è chi ha già iniziato a pensarci. Generare un essere umano mettendo insieme il "bio file" e il "mind file": è questo, in ultima analisi, l'obiettivo a lungo termine di programmi come Lifenaut. Si tratta di inserire il back up del cervello dentro un clone generato con le proprie cellule. I più motivati possono avviare il processo fin da ora: previa la compilazione di un format, la compagnia manda a casa del cliente una boccetta di collutorio; questi, dopo averla usata, la rispedisce al mittente con un campione della sua saliva, le cui cellule vengono criopreservate in azoto liquido alla temperatura di -197 °C. Trattandosi di un business di dubbio successo  -  leggi ed etica potrebbero continuare ad esistere anche in futuro  -  la società si tutela chiedendo un piccolo contributo quotidiano (1 dollaro al giorno) o un pagamento una tantum di circa 9.000 dollari. Bazzecole per chi è disposto a fare follie pur di scappare alla morte.



(LaRepublica)

mercoledì 9 giugno 2010

Scoperta nuova specie di ragno gigante.

Nel sud del territorio israeliano, per la precisione nella regione di Arava, è stata scoperta una nuova specie di ragno fino ad oggi sconosciuta. Autori del ritrovamento un team di scienziati dell'università di Haifa diretti dal dottor Uri Shanas.
Il Cerbalus Avarensis, così è stato scientificamente denominata la nuova specie, è di dimensioni particolarmente grandi con un ampiezza delle zampe capace di raggiungere i 14 cm, il che ne fa la tipologia di maggior grandezza in tutto il medio oriente.
Anche se maggiori ricerche dovranno essere effettuate si è scoperto che si tratta di una specie notturna, attiva particolarmente nei mesi più caldi dell'anno, che abita in cunicoli sotterranei da lui stesso costruiti.
Appena ritrovato eppure già in pericolo, è lo stesso dottor Uri Shanas a metterci in guardia su i rischi di estinzione di questa nuova specie: "Questa scoperta ci ricorda quanto sia importante preservare l'esistenza delle dune di Samar, ci potrebbero essere altre specie in via di estinzione destinate a scomparire ancor prima che le si possa scoprire".
Le dune di Samar sono le ultime dune di sabbia rimaste nel territorio israeliano ormai estensivamente bonificato. Un tempo si estendevano per uno spazio di 7 chilometri quadrati mentre oggi ne copre appena 3.

La fonte energetica delle metropoli future? L’uomo.

Il vero problema non è che il petrolio scarseggia, che la sua combustione produce inquinanti o che le energie rinnovabili non siano ancora pienamente sfruttabili. Il vero problema, parlando di questione energetica, é che l’uomo consuma troppa energia. É ingordo di elettricitá, é iperattivo, le metropoli brulicano come formicai, solo che al posto di parsimoniosi artropodi, ci sono glabri mammiferi che passano la giornata a sgasare nel traffico e che, se potessero, illuminerebbero a giorno l’intera cittá.
Posto che di qui ai prossimi dieci anni gli uomini continueranno a scialaquare come le proverbiali cavallette, non rimane che una soluzione: trasformarli, a loro insaputa, inproduttori di energia.
Niente paura, i bacelloni che avete visto in Matrix non c’entrano. Sto parlando dei marciapiedi cattura-energia che in questi giorni sono stati installati nella cittá francese di Tolosa. A differenza dei normali marciapiedi questi sono costituiti da tavolette collegate a particolari sensori che sono in grado di trasformare la pressione compiuta dai passi dei pedoni in energia elettrica. I pedoni passeggiano sopra la tavoletta, l’energia viene trasferita a un’apposita batteria che successivamente servirá ad alimentare gli stessi lampioni che incorniciano il marciapiede. Ogni segmento ha dimostrato di saper produrre fino a 30W di energia.
Per le prossime due settimane i cittadini di Tolosa li calpesteranno durante le ore di punta e l’energia prodotta verrá sfruttata nella notte per l’illuminazione stradale. “Per ora si tratta di un esperimento,” ha dichiarato alla Reuters l’assessore allo Sviluppo Sostenibile, Alexandre Merciel “ma questo sistema, unico al mondo, ci permette di anticipare una serie di applicazioni nella cittá.”
Ma una rete di marciapiedi energetici non potrebbe mai essere sufficiente per alimentare anche solo l’illuminazione metropolitana. Questa tecnologia andrebbe quindi accopiata ad altri progetti come quello delle autostrade cattura-energia che sono state testate in Israele e, perchè no, al vestito elettrico attualmente in studio a Berkeley.
Ora immaginatevi i cittadini del futuro: vestiti con fibre capaci di generare elettricitá dal movimento del corpo, che camminano su marciapiedi cattura-energia e sfrecciano con la loro auto su autostrade che sembrano centrali elettriche. Senza versare una sola goccia di sudore in più, passeranno da edonistiche cavallette inoperose, a sostenibili formiche operaie.

Richard Dawking: perché difendo l'evoluzione contro il pericolo oscurantis.

Le scoperte di Darwin sono, al pari di quelle di Einstein, universali ed eterne, mentre le conclusioni cui giunsero Marx e Gesù sono limitate e caduche. All' inizio del ventunesimo secolo, la reputazione di Darwin tra i più importanti biologi della storia (in opposizione ai non-biologi influenzati da preconcetti religiosi) è tuttora eccelsa come lo è da quando è morto. Persino il Papa si è espresso, inequivocabilmente, in suo favore. Qual è, allora, l' enigma di Darwin? Quale la sua soluzione? Di tutti i trilioni e trilioni di modi di cui le parti di un corpo dispongono per potersi mettere insieme, soltanto un' infinitesima minoranza dà la possibilità di vivere, di procacciarsi il cibo, di nutrirsi e di riprodursi. E' vero, vi sono molti esseri viventi diversi - almeno dieci milioni, se contiamo il numero delle singole specie oggi viventi - ma per quanto numerosi essi possano essere, vi saranno pur sempre molti più infiniti modi di non-essere! Possiamo pertanto concludere con ragionevole certezza che gli esseri viventi sono miliardi di volte troppo complessi - troppo statisticamente improbabili - per aver iniziato a vivere per mera casualità. Ed è del tutto improbabile che siano stati "creati" poiché l' esistenza del Creatore stesso sarebbe ancora più inverosimile. In che modo, dunque, hanno iniziato a esistere gli esseri viventi? La risposta esatta - la risposta di Darwin - è che sia entrato in gioco il caso, ma non un caso unico, un distinto episodio casuale. Ciò che si è verificato è piuttosto tutta una serie di piccoli episodi casuali, ciascuno di essi talmente piccolo da essere un plausibile prodotto di quello che lo aveva preceduto, episodi occorsi l' uno dopo l' altro, in sequenza. Questi minuscoli avvenimenti casuali furono prodotti da mutazioni genetiche - errori occasionali - occorse nel materiale genico. Molti dei cambiamenti conseguenti furono deleteri e condussero alla morte. Una minoranza di essi invece risultò rappresentare un piccolo progresso, che portò a migliorare la sopravvivenza e la riproduzione. Tuttavia questo processo di selezione naturale, questi cambiamenti che risultarono essere vantaggiosi alla fine si diffusero in tutte le specie diventando la norma. Il quadro complessivo era quindi pronto per la piccola trasformazione successiva del processo evolutivo. Dopo un migliaio circa - supponiamo - di questi piccoli cambiamenti in serie, in cui ciascuna trasformazione costituiva la premessa di quella successiva, il risultato finale divenne, grazie a un processo di accumulo, ben più complesso per potersi dire il prodotto di un unico episodio casuale. Sebbene teoricamente sia possibile che un occhio si sviluppi dal nulla, con una singola evoluzione molto fortunata, in pratica ciò è inconcepibile. Occorrerebbe una fortuna smisurata, che implichi simultaneamente delle trasformazioni in un gran numero di geni. Possiamo dunque escludere una simile coincidenza pressoché miracolosa. E' invece perfettamente plausibile che l' occhio così come esso è oggi si sia evoluto a partire da qualcosa di molto simile ad esso ma non del tutto, un occhio per così dire appena un po' meno sofisticato. Con lo stesso ragionamento, questo occhio appena un po' meno sofisticato si è evoluto a partire da un occhio leggermente meno sofisticato ancora, e così via. Se si tiene conto di un numero sufficientemente grande di differenze sufficientemente piccole tra una fase evolutiva e la precedente, si dovrebbe essere in grado di delineare l' evoluzione di un occhio intero, complesso e funzionante, a partire dalla nuda pelle. Quante fasi intermedie è lecito postulare? Ciò dipende dal tempo con il quale abbiamo a che fare. E' dunque esistito un tempo sufficientemente lungo affinché dal nulla si sviluppasse in piccole fasi successive un occhio? I fossili ci dicono che la vita è andata evolvendosi sulla Terra per più di tremila milioni di anni. E' del tutto inconcepibile per la mente umana abbracciare una simile immensità di tempo. Per nostra natura - e per nostra fortuna - noi consideriamo la nostra aspettativa di vita come un periodo di tempo sufficientemente lungo, ma non possiamo ragionevolmente sperare di vivere neppure un secolo. Sono trascorsi 2000 anni da quando visse Gesù, un periodo di tempo sufficientemente lungo per rendere indistinta la differenza che intercorre tra storia e mito. Riusciamo a immaginare un milione di simili archi di tempo, che si susseguono snodandosi all' infinito? Supponiamo che avessimo voglia di scrivere l' intera storia su un unico lungo rotolo di carta: se stipassimo tutta la storia dopo Cristo su un metro di questo rotolo di carta, quanto lunga dovrebbe essere la parte di esso dedicata alla storia prima di Cristo, fino all' origine dell' evoluzione? La risposta è che la parte di storia ante Cristo si estenderebbe da Milano a Mosca. Si pensi alle implicazioni di tutto ciò nei confronti della moltitudine di trasformazioni evolutive che possono essersi compiute. Le razze canine domestiche - i pechinesi, i barboncini, gli spaniel, i san Bernardo e i chihuahua - derivano tutte dai lupi, in un arco di tempo misurabile in centinaia, al massimo migliaia di anni: non più di un paio di metri lungo la strada del rotolo di carta da Milano a Mosca. Si pensi alla moltitudine di trasformazioni necessarie a passare da un lupo a un pechinese. E ora si moltiplichi questa moltitudine di trasformazioni per un milione: così facendo, diventa agevole ritenere che un occhio possa essere nato da un non-occhio attraverso fasi impercettibili. Si sostiene spesso che affinché possa esservi un occhio è necessario che esistano tutte le parti di un occhio, oppure l' occhio non sarà funzionante. Metà occhio, così si ritiene, non è molto meglio che non avere l' occhio tout court. Non si vola con mezza ala. Non si può udire con mezzo orecchio. Pertanto non può esservi stata una serie di evoluzioni intermedie successive che hanno portato all' occhio, all' ala o all' orecchio moderno. Questo tipo di ragionamento è così superficiale che ci si può soltanto chiedere quali siano le ragioni inconsce per volerci credere. E' ovviamente falso che un mezzo occhio sia inutile. Chi soffre di cataratta e si è sottoposto alla rimozione chirurgica del cristallino non può vedere molto bene senza occhiali, ma vedrà comunque molto meglio di chi non ha del tutto gli occhi. Senza un cristallino non si mette a fuoco un' immagine precisa, ma si può tuttavia evitare di inciampare in un ostacolo e si può identificare la sagoma di un predatore in agguato. Il ragionamento analogo - che non si possa volare con una mezza ala - è smentito anch' esso, da un vasto numero di animali che riesce con successo a effettuare dei voli o dei movimenti più o meno planati, e tra essi mammiferi di taglie diverse, lucertole, rane, serpenti e calamari. Molti diversi tipi di animali che vivono sugli alberi hanno tra i loro arti dei lembi di pelle che costituiscono quasi delle porzioni di ala. Se si cade da un albero, qualsiasi lembo di pelle, qualsiasi ulteriore superficie del corpo che aumenti l' area di impatto può salvare la vita. Per quanto piccolo o grande sia questo lembo di pelle, deve pur sempre esserci una soglia critica in corrispondenza della quale, se si cade da un albero di quella altezza, la vita sarebbe stata salva proprio ed esclusivamente in virtù di una superficie di pelle lievemente maggiore. Quindi, quando i discendenti di questo esemplare avranno evoluto un lembo di pelle appena più grande, le loro vite saranno salve grazie a una superficie appena maggiore di quella necessaria a salvarli se fossero caduti da un albero appena più alto. E così via, per fasi impercettibilmente graduali, per centinaia e centinaia di anni, si è arrivati all' ala nella sua completezza. Occhi e ali non possono essersi evoluti in un' unica fase. Sarebbe stato come avere la fortuna di trovare il numero della combinazione che apre il forziere di una grande banca. Ma se si girassero a caso i quadranti del forziere, e ogni volta che ci si avvicina alla combinazione esatta la porta del forziere si aprisse di una sola fessura alla volta, ben presto si riuscirebbe ad aprire il forziere. In sostanza, questo è il segreto di come l' evoluzione per mezzo della selezione naturale abbia raggiunto ciò che ci pareva del tutto impossibile realizzare. Ciò che non può plausibilmente derivare da predecessori molto diversi, può plausibilmente derivare da un predecessore solo leggermente diverso: ammesso che vi sia una serie sufficientemente lunga di predecessori solo leggermente diversi, da una cosa se ne può ottenere una qualsiasi altra. L' evoluzione, dunque, è teoricamente capace di svolgere il compito che, una volta, pareva essere prerogativa di Dio. Ma c' è qualcosa che comprovi che l' evoluzione ha effettivamente avuto luogo? La risposta è sì. Le prove sono assolutamente sovrabbondanti. Milioni di fossili sono reperibili esattamente nei luoghi ed esattamente alla profondità alla quale dovremmo attenderci di trovarli se l' evoluzione avesse avuto luogo. Cosa ancora più significativa, non un singolo fossile è mai stato trovato laddove la teoria evoluzionistica non si sarebbe mai aspettata di trovarlo, sebbene abbia anche potuto verificarsi un caso di questo tipo: un mammifero fossile nella roccia così antico da precedere addirittura i pesci, per esempio, sarebbe stato sufficiente a confutare l' intera teoria evoluzionistica. Le modalità di diffusione degli animali viventi e delle piante sui continenti e nelle isole del mondo sono esattamente quelle che ci si dovrebbe aspettare di rilevare qualora si fossero evoluti da antenati comuni per fasi lentissime e graduali. Le modalità di somiglianza tra gli animali e le piante sono esattamente quelle che ci si dovrebbe aspettare di riscontrare se alcune specie fossero parenti stretti e altre parenti più lontani tra loro. Tutto ciò era molto convincente già all' epoca di Darwin. Oggi, grazie a quanto ci comprova la genetica molecolare, si dovrebbe essere dei dementi per dubitarne. Le prove a favore dell' evoluzione sono così schiaccianti che per salvare la teoria della creazione occorrerebbe presumere che Dio abbia deliberatamente lasciato un' enorme quantità di indizi per far sì che sembrasse che avesse avuto luogo l' evoluzione. In altre parole, i fossili, la distribuzione geografica degli animali, la disposizione dei codici del Dna e così via sarebbero soltanto una gigantesca truffa. E c' è qualcuno che abbia voglia di venerare un Dio capace di simili inganni? E' sicuramente più rispettoso, e scientificamente plausibile al tempo stesso, considerare le prove per quello che sono. Tutte le creature viventi sono imparentate tra loro, tutte discendono da un unico remoto progenitore che visse oltre 3.000 milioni di anni fa. L' evoluzione è un dato di fatto, ed è uno dei più importanti dati di fatto che conosciamo. Privare i bambini dell' opportunità di apprenderla sarebbe un barbarismo educativo da epoche buie. Traduzione di Anna Bissanti IL MATRIMONIO 1839 Nel 1839 sposa Emma Wedgwood. La sua salute peggiora. Una malattia misteriosa gli procura insonnie e nausee. La famiglia lascia Londra per il Kent IL VIAGGIO 1831-1836 A 22 anni prende parte al viaggio della nave reale Beagle e dalle osservazioni alle Galapagos deriva l' idea che le specie vadano lentamente modificandosi GLI STUDI 1825-1830 Figlio di un medico, nel 1825 Darwin si iscrive alla facoltà di medicina. Nel 1828 si trasferisce a Cambridge, qui si appassiona alla scienza e alla geologia LA ROYAL SOCIETY 1864 Darwin non è mai stato riconosciuto ufficialmente dalla Royal Society. Nel 1864 riceve la medaglia Copley, ma non è menzionata la teoria dell' evoluzione LA SELEZIONE 1859 Esce "On the Origin of Species", dopo vent' anni di lavoro ininterrotto. Nel libro sono esposti gli studi sull' evoluzione e la teoria della lotta per l' esistenza WALLACE 1858 Il naturalista Alfred Russell Wallace gli invia dalla Malesia un saggio in cui è esposta a grandi linee la sua teoria della selezione naturale - RICHARD DAWKINS

Richard Dawkins.

Clinton Richard Dawkins (Nairobi, 26 marzo 1941) è un etologo, biologo e divulgatore scientifico britannico.

Richard Dawkins è nato a Nairobi, in Kenya, il 26 marzo 1941, da una famiglia inglese. Il padre si era trasferito in Africa durante la Seconda Guerra Mondiale per servire nelle forze alleate. Nel 1949 la famiglia Dawkins tornò in Inghilterra. Dawkins ha studiato all'Università di Oxford, laureandosi nel 1962 e svolgendo poi il dottorato di ricerca insieme all'etologo olandese Niko Tinbergen. Trasferitosi negli Stati Uniti, dal 1967 al 1969 è stato assistente nella facoltà di zoologia all'Università di Berkeley (California). Nel 1970 è divenuto professore universitario (lecturer) di zoologia all'Università di Oxford.
La sua prima opera di divulgazione scientifica fu Il gene egoista (The selfish gene, pubblicato nel 1976 e in seguito rivisto e aggiornato nel 1989). Il suo grande successo nel settore della divulgazione dei temi della teoria dell'evoluzione lo ha condotto, nel 1995, a diventare titolare della prima cattedra di Public Understanding of Science a Oxford. Dal 1997 divenne anche membro della Royal Society of Literature.
È sposato dal 1992 con Lalla Ward, attrice ed artista, che ha curato le illustrazioni per alcuni suoi libri. I due sono stati presentati da un amico comune: lo scrittore britannico Douglas Adams. Richard Dawkins è fra i sostenitori del Progetto Grandi Scimmie Antropomorfe, che mira a estendere ai grandi primati antropomorfi i principali diritti dell'uomo.

Il gene egoista (1976) 

Dawkins è noto al grande pubblico in particolare per la sua opera di divulgazione della sua visione dell'evoluzione basata sulla nozione dell'"egoismo del gene", esposta nella sua opera più nota, Il gene egoista. La visione di Dawkins mantiene un impianto complessivo evoluzionista ma identifica nel gene, anziché nell'organismo individuale, il soggetto principale dellaselezione naturale che conduce il processo evolutivo. Dawkins, infatti, afferma che: "L'unità fondamentale della selezione, e quindi dell'egoismo, non è né la specie né il gruppo e neppure, in senso stretto, l'individuo, ma il gene, l'unità dell'ereditarietà." (Da Il gene egoista cap. 1 "Perché esiste la gente?" pg. 13-14, ed. Mondadori - Oscar Saggi)
Aggiunge inoltre: "Hanno sbagliato tutto [si riferisce a studiosi a lui precedenti](...) Sono partiti dal presupposto che la cosa più importante dell'evoluzione fosse il bene della specie (o del gruppo) invece che il bene dell'individuo (o del gene)." (Da Il gene egoista cap.1 "Perché esiste la gente?" pg. 4)
L'argomentazione principale di Dawkins non riguarda comunque la confutazione della selezione di gruppo, già rifiutata dalla maggior parte dei biologi al momento della pubblicazione del libro, quanto piuttosto l'introdurre una nuova visuale nella comprensione dell'evoluzione, il punto di vista del gene egoista, invece che dell'individuo egoista.
Dawkins sottolinea comunque che questa interpretazione non deve intendersi come un mutamento radicale rispetto al darwinismo classico (che guarda all'individuo come unità di selezione della selezione naturale), ma piuttosto come uno strumento intellettuale che facilita la comprensione e la visualizzazione dei processi evolutivi.
Dawkins precisa che con il termine egoismo non intende affermare che i geni abbiano una volontà propria, ma solo che l'effetto dei geni negli individui che li ospitano è quello di determinare delle strutture fisiche o dei comportamenti che aumentano o diminuiscono la probabilità che il gene si replichi e che aumenti la sua frequenza nella popolazione genetica.

Il fiume della vita (1995) 

Il sottotitolo dell'edizione italiana recita Cos'è l'evoluzione?. Dawkins si propone infatti di far conoscere al lettore i vari aspetti della teoria evolutiva. Non rinuncia tuttavia ad attaccare il disegno intelligente.
« Un buon modo per rappresentare efficacemente il nostro compito è immaginare che le creature viventi siano opera di un Artefice divino e tentare, applicando la progettazione inversa, di comprendere che cosa l'Artefice abbia voluto massimizzare. Qual era la funzione di utilità di Dio? Il ghepardo indica in ogni dettaglio di essere stato superbamente progettato per qualche scopo, e dovrebbe essere abbastanza facile studiarlo applicando la progettazione inversa per comprendere la sua funzione di utilità. Il ghepardo sembra fatto apposta per uccidere la gazzella. I denti, gli artigli, gli occhi, il naso, la muscolatura degli arti, la colonna vertebrale e il cervello di questo predatore sono tutti come potremmo aspettarci se lo scopo di Dio nel progettarlo fosse stato quello di massimizzare le morti tra le gazzelle. Ma se applichiamo la progettazione inversa allo studio della gazzella troviamo evidenze ugualmente impressionanti dello scopo diametralmente opposto: la sopravvivenza delle gazzelle e la morte dei ghepardi per fame. È come se il ghepardo fosse stato progettato da una divinità e la gazzella da una divinità rivale. In alternativa, se vi è un solo Creatore che ha fatto la tigre e l'agnello, il ghepardo e la gazzella, qual è il Suo gioco? È un sadico che si diverte ad assistere a spettacoli cruenti? Cerca di scongiurare la sovrappopolazione tra i mammiferi africani? Oppure ha interesse a mantenere alta l'audience dei documentari naturalistici di David Attenborough? Tutte queste supposizioni sono funzioni di utilità del tutto plausibili. All'atto pratico, ovviamente, sono del tutto false. »
(Richard Dawkins, Il fiume della vita).

Dawkins e la filosofia 

La consapevolezza che il gene agisca in ogni modo possibile al fine della sua sopravvivenza, anche conducendo l'uomo a divenire un "veicolo", o meglio "macchine da sopravvivenza,robot semoventi programmati ciecamente per conservare quelle molecole egoiste note col nome di geni" (Parole di Dawkins, usate nell'introduzione del 1976 all'op.cit.), porta Dawkins alla conclusione di carattere etico-esistenziale secondo cui "sia l'egoismo che l'altruismo si spiegano attraverso la legge fondamentale(...)del gene egoista (Dall'op. cit. cap.I "Perché esiste la gente?" pg.9). Nonostante questa affermazione, egli evidenzia come il suo intento non sia quello di far propaganda ad una moralità basata unicamente sulla legge del gene, ma offrire oltre una chiave di lettura dell'evoluzionismo, una del mondo e dell'uomo, conscio che la "filosofia e le materie così dette "umanistiche" vengono ancora insegnate come se Darwin non fosse mai esistito..." (Dall'op.cit. cap.1 "Perché esiste la gente?" pg.3) Le affermazioni di Dawkins hanno dato vita a discussioni, molte delle quali tuttora aperte. Tra i più noti "avversari" (ma sempre nel campo del darwinismo) di Dawkins, Stephen Jay Gould. Come Lewis Wolpert è ateo, ma a differenza di quest'ultimo non elogia la religione come mezzo per alleviare le sofferenze, ma ne propone l'abolizione.


Religione 

Dawkins è ateo, membro onorario della National Secular Society, vicepresidente della British Humanist Association e illustre sostenitore della Humanist Society of Scotland. Nel suo articolo i Virus della mente (dal quale è nato il termine ammalato di fede), suggerisce che la teoria dei memi può spiegare il fenomeno della religione e di alcune caratteristiche comuni in molte religioni, quale l'idea che i non credenti saranno puniti. Nel 2003, l'Atheist Alliance International ha istituito il Richard Dawkins Award in suo onore.
Nel 2006 ha pubblicato il libro 
L'illusione di Dio (The God Delusion) che ha suscitato accese discussioni per le radicali prese di posizione contro le religioni e che lo hanno reso uno dei libri più letti nel periodo a cavallo tra il 2006 e il 2007.